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  Educatori attenti al bullismo dilagante.
 

Gioventù bruciata (di Maria Rita Parsi).

Forse, più che dei "calzoni a vita bassa" indossati a scuola da ragazzine e ragazzini, con le mutande che, provocatoriamente, fuoriescono, gli adulti, genitori, educatori, in segnanti, operatori della comunicazione, governanti, dovrebbero interessarsi della consistenza dei comportamenti sempre più grave mente "anomici" dei nostri giovani. Del bullismo dilagante, dalle elementari alle superiori; delle assenze che superano, ormai, tra i quindicenni, il 25% dei giorni di scuola, degli atti di teppismo e vandalismo, del disinteresse per ciò che a scuola si studia e, soprattutto, sul come si studia. Si tratta, infatti, di comportamenti che alcuni dei nostri ragazzi adottano per segnalare un disagio o un rifiuto, ogni ora crescente, proprio nei confronti del valore e dell'importanza di una scuola che, per loro, dovrebbe essere territorio amico, spazio loro, laboratorio di esperienze per la crescita e di sperimentazione individuale e collettiva. E non un tribunale di paure, un luogo dove rendimento e lavoro, sperimentazione e gioco vengano, con antiquata metodologia, ancora separati. Quasi, un minaccioso labirinto, dove il sapere sembra ridursi, ancora!, alla prova dei voti. Dove la comunicazione, assai spesso, manca anzitutto tra i genitori e gli insegnanti e, poi, tra gli insegnanti e i ragazzi. Ma cosa c'è dietro i comportamenti "anomici", asociali. distruttivi, provocatori che alcuni ragazzi hanno adottato a scuola contro insegnanti, compagni, strutture scolastiche, istituzioni?
Certamente rabbia, paura, incapacità di comunicare i propri bisogni, i propri disagi. E, ancora, necessità di affermare se stessi al negativo, anche attraverso "gesta ignobili". Non a caso proprio "gesta ignobili" hanno definito i propri atti i ragazzi che allagarono il liceo Panni di Milano. Quell'azione, però, apriva, "una finestra" per una riflessione collettiva. Quasi quell'atto, come altri analoghi atti di teppismo, di vandalismo,di distruttività, di bullismo che continuano ad essere, ogni giorno di più e sempre più, fossero oggi diventati lo "specchio", "il braccio", provocatoriamente "armato", della ribellione giovanile. Ribellione ora che, attraverso la scuola, viene restituita ad una società che propone ai giovani, assai spesso, modalità dell'agire umano, proprio simili a quelle che, ad esempio, attraverso l'allagamento di una scuola o altre gravi provocazioni teppisti che, i ragazzi stanno agendo. Ovvero, interessarsi del "proprio piccolo particolare interesse" anche ai danni della collettività; utilizzare la distruttività per lasciare traccia di sé; alzare il livello della protesta; fare qualcosa contro istituzioni che i giovani non vivono e non rispettano come proprie. Ma che, anzi, considerano nemiche e contro le quali si ribellano per ricevere, in verità, attenzione, contenimento, regole e, perfino, dure sanzioni. Così, "il terrorismo scolastico" è come un "allagamento" che i ragazzi sentono crescere dentro di loro, aggrediti come sono dal "disvalore" che proprio quegli adulti trasmettono loro. Per questi ragazzi la scuola dovrebbe cambiare ed essere, anzitutto, il luogo dove, il lavoro intellettuale ovvero "la fatica del concetto" come la chiama Hengel potesse essere vissuta come attenzione, scoperta. Solo il sapere vissuto con amore può contenere e scardinare ogni paura che induce al terrorismo. La scuola mai dovrebbe fare paura ai suoi allievi. La scuola, anzi, dovrebbe appartenere soprattutto ai ragazzi. E ogni materia dovrebbe essere per loro materia d'amore e di crescita, appresa con amore e per amore, con piacere. Con gioia. E gli insegnanti dovrebbero essere guide e maestri, veri animatori della cultura e amici custodi del sapere. Per questo occorre una volontà forte che veda convergere sulla scuola ogni investimento possibile, ogni possibile competenza. E, soprattutto, come sostengono Pieraldo Rovatti e Davide Zoletto nel loro bellissimo libro "La scuola dei giochi", l'istruzione dovrebbe essere pensata come ludica. Dalle elementari all'Università.

(Il Giorno - Lombardia - 21 aprile 2005)

         
   
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